"Degli altri sostegni non abbiamo bisogno in ogni tempo,
ma senza l’alimentazione non possono vivere
né i sani né i malati."


Galeno, De alimentorum facultatibus, I, 1 (II sec. d.C.)


L'alimentazione è uno dei fattori principali su cui agire per ridurre il rischio di diabete tipo 2. Gli effetti di una dieta appropriata sono importanti non solo per diminuire fortemente il rischio di questa forma di diabete: è dimostrato che la parallela riduzione dello stato infiammatorio dell’organismo promuove benefici cardiovascolari che integrano la semplice riduzione della glicemia.

Le difficoltà non sono però poche, per diverse ragioni. Gli individui hanno diete molto personalizzate, abitudini acquisite in anni, ed è molto difficile introdurre modifiche in schemi alimentari già fortemente consolidati. In aggiunta a ciò, la ricerca stessa ha faticato ad indicare in modo coerente gli alimenti da preferire, anche a causa della variabilità individuale di risposta alla dieta. Continui aggiustamenti nei suggerimenti al pubblico si susseguono nel tempo (si pensi alla classica piramide alimentare) e tra gli stessi specialisti clinici si registra una grande diversità nella proposta di schemi dietetici ai pazienti, complicata dall’informazione fai-da-te su Internet.

La rivincita dei grassi

Negli ultimi anni, i grassi o lipidi dietetici sono stati riconsiderati in maniera diversa, togliendo da essi quel marchio di infamia affibbiato in tempi più lontani, forse con una certa leggerezza scientifica. Gli studi si susseguono con risultati contrastanti, un’apparente ambiguità dovuta probabilmente all’eterogeneità del tipo di ricerche. Tra i grassi alimentari si annoverano svariati tipi di molecole, diverse per provenienza (animale, vegetale, additivi di sintesi), per reattività chimica, per influenza sul metabolismo energetico. In alcuni studi certi tipi di lipidi, anche in dipendenza delle quantità assunte in una dieta, possono ad esempio mostrare effetti sfavorevoli sul peso corporeo ma positivi sul sistema cardiovascolare, mentre in altre ricerche si può riscontrare l’effetto opposto. Dosi alimentari diverse di un particolare tipo di grasso, anche in relazione ad altri componenti della dieta come carboidrati e proteine, possono avere effetti discordanti nelle diverse osservazioni. È anche evidente, inoltre, che un regime dietetico ha effetti disuguali su individui diversi per età, costituzione corporea, determinanti genetici del metabolismo.

È intuitivo, quindi, che ogni ricerca possa riportare dati che vanno in una direzione imprevedibile a causa delle innumerevoli variabili in gioco, ed è compito dei ricercatori ricostruire un quadro coerente per arrivare in seguito a elaborare e fornire informazioni dietetiche più adatte al singolo individuo e alla sua costituzione fisica e metabolica.

Dieta e predisposizione genetica all'obesità
Un esempio di questo sforzo costante di identificare effetti specifici di una dieta in popolazioni selezionate in base a una caratteristica di tipo costituzionale è ravvisabile in una ricerca recente. Nell’ottica di espandere i dati a sostegno di una medicina personalizzata, ricercatori in area diabetologica si sono chiesti quale fosse il tipo di dieta più efficace nella prevenzione del diabete tipo 2 in individui con una predisposizione genetica a sovrappeso od obesità, condizioni già associate a un aumento del rischio per questa forma di diabete.

La dieta della porta accanto

È importante tener sempre presente che i “sacrifici” alimentari non costituiscono una soluzione duratura: l'adesione a lungo termine a un nuovo comportamento a tavola rappresenta il punto cruciale del successo di una dieta, motivo per cui bisogna raggiungere una gratificazione soddisfacente attraverso una dieta non troppo restrittiva, che venga percepita come alimentazione "normale".

A tal proposito, la ricerca dello stile alimentare più idoneo non ha dovuto spingerci troppo lontano, in direzione di soluzioni esotiche. Indicazioni già consolidate hanno ricevuto anche negli ultimi anni il sostegno di nuovi dati scientifici e possono essere riproposte in schema semplice: aumentare il consumo di vegetali e ridurre formaggi grassi, carni rosse, dolci e cereali raffinati rappresenta una strategia efficace nella prevenzione del diabete tipo 2 e nel controllo del peso corporeo. Tali preferenze hanno ricevuto la definizione di dieta prudenziale (dall’anglosassone "prudent diet").

Il toccasana della dieta mediterranea
Un tipo di alimentazione che promuove lo stesso tipo di effetti è la nota dieta mediterranea. Una ricerca recente ne ha convalidato l’utilità in persone con rischio aumentato di diabete tipo 2 a causa di una predisposizione all’obesità. In questo caso si trattava di osservare come la risposta a una particolare dieta fosse influenzata da componenti genetiche associate a un maggior rischio di sovrappeso o franca obesità. I risultati sono apparsi molto significativi e degni di riflessione.

Una dieta efficace per individui con tendenza all’obesità

Il trial POUNDS Lost (Preventing Overweight Using Dietary Strategies), uno studio presentato al meeting ADA annuale, ha riguardato individui adulti non diabetici , in sovrappeso o francamente obesi, con valori di BMI (iBody Mass Index, indice di massa corporea) da 25 a 40 kg/m2, e per i quali erano disponibili i dati su varianti genetiche coinvolte nello sviluppo dell’obesità. In questa ricerca si voleva indagare in che modo questo assetto genico influisca sui risultati di una particolare dieta, in termini di prevenzione dell'intolleranza ai carboidrati e del diabete di tipo 2.

Polimorfismi genetici e risposta alla dieta
I 744 partecipanti sono stati assegnati a 4 gruppi con diversi regimi dietetici, due con dieta ipocalorica ad elevato contenuto di grassi (40%) e due a basso contenuto di grassi (20%). I soggetti avevano un profilo genetico associato a obesità, valutato tramite 32 polimorfismi di singolo nucleotide (SNP), una tecnica di studio collaudata. Gli SNP rappresentano sequenze di DNA con variazioni minime in singoli nucleotidi, i singoli anelli della catena del DNA, associate statisticamente a effetti particolari, ad esempio l’aumento del rischio di una patologia, la risposta ad agenti patogeni e a farmaci. Si tratta quindi di marcatori genetici associabili a svariate malattie o caratteristiche degli organismi, utilizzati da tempo nel mondo della ricerca.

Nel singolo individuo, il peso di fattori ereditari nell’architettura del metabolismo fa sì che anche la risposta a una dieta specifica sia sottoposta ad influenza genetica. I diversi profili riscontrati negli individui arruolati in questa ricerca erano associati a un rischio genetico variabile di sviluppare sovrappeso e obesità, in relazione al numero di SNP di alto rischio: un sottogruppo delle persone possedeva la configurazione genetica maggiormente problematica (con più di 20 SNP di alto rischio) e proprio in questa popolazione selezionata sono stati registrati i risultati dietetici più eclatanti.

Lo studio ha infatti dimostrato che in una dieta finalizzata alla perdita di peso un più alto introito percentuale di grassi ha ridotto l'insulino-resistenza e migliorato la funzione beta-cellulare, agendo quindi sui fattori fisiopatologici centrali del diabete di tipo 2. Ciò è stato quantificato dai valori più bassi di insulinemia a digiuno e dagli indici di funzionalità beta-cellulare (HOMA-B) e per l'insulino-resistenza (HOMA-IR), rilevati in baseline, dopo 6 mesi e dopo 24 mesi. Una contemporanea perdita di peso, più spiccata durante i primi 6 mesi (in media 6-7 kg), si è poi assestata sui 3-4 kg del periodo successivo.



Fig. 1 - Dieta e genetica - Effetto di una dieta ricca di lipidi in soggetti con predisposizione genetica all’obesità.

Verso diete geneticamente personalizzate

In questo sorprendente studio l'effetto di miglioramento dei parametri fisiopatologici del diabete tipo 2, ottenuto con una dieta iperlipidica, è risultato più spiccato nelle persone con più elevato rischio genetico per l'obesità. I soggetti con numero più elevato di marcatori genetici associati a obesità sembrerebbero quindi trarre maggior beneficio da una dieta a più elevato contenuto di grassi. Il dato, per molti versi inaspettato, conferma peraltro una certa controtendenza rispetto alle indicazioni di solo pochi anni fa, quando i grassi erano colpevolizzati in modo eccessivo nella vecchia piramide alimentare: il faro dell’attenzione fisiopatologica, per ciò che riguarda il diabete e il sovrappeso, si è spostato in un buona misura sui carboidrati e, in special modo, su quelli ad alto indice glicemico.

Benefici grassi ma non tutti
La riabilitazione dei grassi è però selettiva: le indicazioni dietetiche che sono seguite hanno raccomandato una giusta attenzione al tipo di grassi consumati: la dieta mediterranea, che comporta l'aumento di un consume equilibrato di acidi grassi polinsaturi - bilanciando tra gli alimenti contenenti omega-3 e omega-6, prediligendo l’uso dell’olio di oliva e del pesce, riducendo l’uso del burro e dei grassi animali - si conferma una delle migliori per contrastare la diffusione endemica di obesità e diabete che sta colpendo le popolazioni che adottano lo stile alimentare occidentale. I dati epidemiologici avevano già scovato importanti indizi a favore di questo tipo di preferenza e del fatto che i grassi non fossero eccessivamente da stigmatizzare in toto. Il rapporto tra l’alimentazione e l’assetto genico di un individuo, confermato da ricerche sulle sequenze di DNA o sulle modifiche epigenetiche della sua espressione, procedure ormai affermate nella ricerca clinica, dimostra in concreto la possibilità di una transizione verso una medicina personalizzata anche negli aspetti dietetici.