Da anni la medicina è a caccia di una soluzione per prevenire il diabete tipo 1 arrestando la sua lunga fase di sviluppo. In questa malattia le cellule beta producenti insulina vengono distrutte dall’azione del sistema immunitario che in un dato momento, per ragioni ancora non ben chiarite, inizia a considerare estranee alcune loro componenti. Per mesi o anni l’unico segno tangibile di questo processo sotterraneo è la comparsa di autoanticorpi, cioè anticorpi contro normali componenti cellulari o tessutali. Possiamo rivelarli nel sangue con test appropriati e identificare precocemente quelle persone con un rischio di malattia diabetica futura valutabile intorno al 50%.

Bloccare il sistema immunitario
Possiamo fermare il processo che conduce al diabete tipo 1 quando si trova ancora in fase di latenza? I ricercatori hanno sperimentato varie possibilità nei soggetti a rischio, partendo da strategie tecnicamente più semplici, somministrando insulina, aggiungendo supplementi di vitamina D, mettendo al bando alimenti accusati di favorire la malattia, come il latte vaccino; sono poi state tentati metodi più impegnativi, come quello di provare a modulare la risposta immunitaria tramite terapie immunosoppressive, usando cioè farmaci capaci di mettere i bastoni tra le ruote ai meccanismi della difesa immune nel tentativo di arginare i danni agli organi sotto attacco.

I vari esperimenti clinici non hanno avuto un sostanziale successo, soprattutto per la necessità di limitare il rischio di pesanti effetti collaterali e per la scarsa specificità dell’intervento; in qualche caso hanno fatto registrare un temporaneo rallentamento del progredire della malattia diabetica ma senza effetti realmente significativi a lungo termine. Nuovi approcci degli ultimissimi anni potrebbero cambiare rapidamente questo stato di cose: riprogrammazione cellulare, infusione di cellule staminali capaci di correggere il sistema immune, vaccinazioni contro virus ritenuti responsabili della perdita della tolleranza immunitaria verso le cellule beta. Agendo su più fronti e con metodiche aggiornate sta aumentando la probabilità di cogliere il risultato sperato.

A caccia di indizi virali

Sappiamo che il diabete tipo 1 insorge su un terreno genetico predisponente perchè con gli opportuni test si trovano nelle persone colpite alcune varianti genetiche con una frequenza maggiore rispetto alla popolazione generale. Ma sappiamo anche che questi geni non sono sufficienti a causare la malattia perché li ritroviamo, pur con frequenza minore, anche nelle persone che non la sviluppano. La genetica quindi non basta: sopravvengono uno o più fattori esterni, di tipo ambientale, che scatenano in un certo momento la risposta immune verso le cellule beta.

La popolazione è esposta a fattori causali probabilmente molto diffusi, vista l’ubiquità della malattia, ma solo in alcuni individui geneticamente predisposti scatta quel meccanismo fisiopatologico che porta alla perdita della capacità insulino-secernente. Quali sono questi determinanti ambientali in causa? Non abbiamo una risposta certa, ma nel tempo sono stati raccolti dati abbastanza coerenti da consentire di restringere il campo dei possibili indiziati: quelli principali sono agenti infettivi come virus coxackie, rosolia, morbillo, oppure componenti della dieta come le proteine del latte bovino. Negli ultimi anni, particolare attenzione è stata anche rivolta ad alterazioni della composizione della flora microbica intestinale (biota o bioma), che potrebbe contribuire in modo significativo allo sviluppo della malattia.

Presunto colpevole: un virus si nasconde nelle cellule beta
Tra le ipotesi citate, una delle più convincenti messe in campo dalla ricerca come causa del diabete tipo 1 è certamente quella infettiva-immunitaria. Secondo questa teoria, un agente biologico come un virus infetta le cellule beta provocando la liberazione di loro componenti (proteine, enzimi, la stessa insulina modificata da processi di ossidazione), in forma di frammenti alterati in tal modo da diventare antigeni e attivare il sistema immunitario. Inoltre, parti del virus possiedono una struttura tridimensionale simile a quelle presenti sulle cellule beta (mimicrismo molecolare) e contribuiscono all’errore di identificazione da parte del sistema immune.

A prescindere dall’esatto meccanismo in gioco, il virus agirebbe quindi istigando una reazione anomala dei meccanismi di difesa dell’organismo, i reali responsabili, molto più del virus stesso, del danno cagionato alle cellule beta insulino-secernenti.

Il ragionamento consecutivo dei ricercatori è stato il seguente: se è possibile associare con certezza il diabete a un’infezione appare ipotizzabile che la vaccinazione, strumento valido per prevenire molte malattie infettive, possa essere efficace nel bloccare un passaggio fondamentale dello sviluppo del diabete tipo 1. Su questa congettura si sta lavorando da decenni, con una certa propensione a fornire ai mass media annunci trionfalistici che non sono stati poi seguiti da risultati clinici in linea con gli sbandierati successi. Ora si procede con più prudenza, progettando studi più completi e durevoli e limitando comunicazioni troppo precoci; prevale tuttavia un certo ottimismo dovuto in parte ai recenti e positivi test eseguiti su modelli animali e in parte alla consapevolezza che l’aumento quasi esponenziale delle conoscenze scientifiche e tecnologiche negli ultimi anni potrebbe più facilmente abbattere difficoltà di tipo tecnico e procedurale, assodata la validità scientifica dell’ipotesi virale.

Finlandia in prima linea contro il diabete tipo 1

I paesi nordeuropei come quelli scandinavi hanno un'alta incidenza di diabete tipo 1, per ragioni ancora non chiarite. E proprio nel paese più colpito da questa malattia un gruppo di scienziati, coordinati dal virologo Heikki Hyöty dell'Università di Tampere in Finlandia, hanno deciso di testare nell’uomo un vaccino contro un enterovirus appartenente al gruppo dei Coxackie B. In base a ricerche svolte per 25 anni questo virus è uno dei principali sospettati di essere l’agente infettante delle cellule beta in grado di scatenare gli eventi biologici fondamentali della malattia. Il progetto, annunciato sulla rivista Vaccine, ha basi d’appoggio abbastanza solide: oltre a importanti aziende farmaceutiche sono coinvolti anche partner importanti del mondo delle associazioni e del fundraising, come il Juvenile Diabetes Research Foundation, uno dei più importanti enti mondiali di raccolta fondi nel campo della ricerca diabetologica.

Gli enterovirus sono responsabili di molti tipi di malattie infettive, da sindromi influenzali e gastrointestinali a miocarditi, meningiti, otiti. Il possibile coinvolgimento dei virus coxackie B nell’infezione delle isole di Langherans del pancreas è stato ipotizzato da osservazioni di tipo epidemiologico e clinico condotte in molti studi effettuati in precedenza, tra cui il vasto DIPP (Diabetes Prediction and Prevention study).



Fig. 1 - Prevenzione del diabete tipo 1 tramite vaccino - La vaccinazione contro il virus Coxackie B, proteggendo le cellule beta del pancreas dall’infezione, impedirebbe la reazione autoimmune responsabile del diabete tipo 1.


Il vaccino sviluppato da questo team di ricerca è risultato efficace e sicuro nei topi e presto inizieranno i test clinici nell’uomo. Sono in via di definizione le procedure organizzative di un iter classico, in cui sarà prima verificata la sicurezza del vaccino in un piccolo gruppo di adulti, per passare poi ai test su bambini, in cui verrà constatata la sua efficacia nella prevenzione dei diversi tipi di infezione da enterovirus; nella terza fase, infine, sarà investigata la reale capacità di prevenire lo sviluppo di diabete di tipo 1 in gruppi più ampi di persone, selezionate in base al rischio.

A passo lento verso un obiettivo ambizioso
È previsto quindi un lungo percorso di ricerca, stimato in circa 8 anni, per certificare su basi solide l’efficacia di questo nuovo vaccino nella prevenzione del diabete tipo 1. Certamente il progetto non viene proclamato in modo altisonante e con frettolosi entusiasmi, ma d’altro canto la prudenza comunicativa e la rigorosità delle verifiche sono l’unico approccio possibile per una ricerca scientifica seria che possa conseguire risultati certi e riproducibili.

Secondo l’iter tracciato per questo ultimo studio, l’efficacia del vaccino contro il virus Coxackie B, oltre all’importante risultato di migliorare la prevenzione di malattie infettive come miocarditi, meningiti, sindromi influenzali e otiti, potrà comprovare la possibilità di bloccare sul nascere una malattia come il diabete autoimmune, centrando un obiettivo a lungo sfuggente. Questa condizione clinica ha un elevato impatto sui costi dei sistemi sanitari - e sulla vita e la psicologia di pazienti spesso molto giovani - e sta facendo registrare, in questi ultimi anni, un preoccupante aumento dell’incidenza, pari a un 3-5% annuo: si prevede quindi che metodi efficaci per invertire questo corso abbiano un impatto notevole sulla salute collettiva.